In sintesi: i category entry points (CEP), o punti d'ingresso alla categoria, sono le situazioni che portano una persona a pensare a una categoria d'acquisto, per esempio «qualcosa di veloce da bere dopo la palestra» o «devo fatturare senza chiamare il commercialista». Jenni Romaniuk e Byron Sharp li hanno definiti all'Ehrenberg-Bass Institute come i mattoni della disponibilità mentale. Si derivano dalla memoria di chi compra con sette domande e si presidiano partendo dai più diffusi fra quelli dove il brand è ancora debole. Qui trovi il metodo e gli esempi di dodici categorie.

Che cosa sono i category entry points?
Un category entry point è la porta mentale attraverso cui una persona entra in una categoria, ovvero la situazione, il bisogno o l'occasione che fa scattare il pensiero «mi servirebbe qualcosa come...». Si tratta di spunti legati a contesti reali, un momento della giornata, un luogo, uno stato d'animo, una compagnia, un obiettivo, molto più che di attributi tecnici del prodotto.
Come spiega l'Ehrenberg-Bass Institute, i CEP sono i componenti fondamentali della disponibilità mentale, che smette così di essere un'astrazione e diventa qualcosa da costruire un pezzo alla volta. Più spunti attivano il tuo brand, più ampia è la sua disponibilità mentale nella categoria.
Il confine si vede con un test. «Affidabile» è un attributo di valutazione, e da solo non riporta in mente nessuna marca. «Quando la caldaia si spegne a dicembre» riporta in mente un idraulico, forse due. Romaniuk lo chiede così: questa proprietà può innescare da sola il ricordo di un brand? Se la risposta è no, quella proprietà resta un attributo e non entra nella mappa.
Perché i CEP sono la base del marketing?
Perché decidono chi viene ricordato nell'istante in cui il bisogno si accende, e la disponibilità mentale predice la quota di mercato meglio delle misure generiche di notorietà (LinkedIn B2B Institute con Ehrenberg-Bass, 2024). La notorietà generica dice se il nome ti suona familiare. Il CEP dice se quel nome arriva quando serve, che è l'unico momento in cui la memoria produce fatturato.
Questo ribalta l'ordine del lavoro. Il posizionamento classico cerca di occupare un aggettivo, il più sicuro, il più economico, nella testa di un segmento ristretto; l'approccio CEP cerca invece di farsi richiamare nel maggior numero possibile di situazioni d'acquisto di tutta la categoria, che è il motivo per cui va d'accordo con la crescita per penetrazione e va male d'accordo con le buyer persona, costruite su un cliente ideale che nella base clienti reale pesa poco.
Nel B2B il conto è ancora più netto. In un dato trimestre circa il 5% dei buyer di una categoria è pronto a comprare, il resto entrerà nel mercato fra mesi o anni (John Dawes, Ehrenberg-Bass per il LinkedIn B2B Institute, 2023): il presidio dei CEP serve a farsi trovare già in memoria quando quella porta si apre. La regola 95-5 e i CEP sono lo stesso ragionamento visto da due lati.
Riteniamo sia il concetto più utile che Ehrenberg-Bass abbia consegnato a chi lavora sul campo, perché trasforma un obiettivo vago come «farci conoscere di più» in dieci momenti precisi su cui si può lavorare lunedì mattina. L'idea in sé non è nuova, l'occasion-based marketing degli anni Ottanta diceva qualcosa di simile, ma senza il metodo di misura che Romaniuk ha aggiunto decenni dopo.
Come si derivano i CEP? Le sette domande di Romaniuk
I CEP si derivano dalla memoria di chi compra, interrogando le circostanze reali degli acquisti recenti con sette domande. Romaniuk le ha organizzate nel framework delle sette W, che copre le dimensioni lungo cui un ricordo d'acquisto viene archiviato.
Fonte: framework delle sette W, Jenni Romaniuk, Ehrenberg-Bass Institute.
Le sette domande non producono sette CEP. Producono un elenco grezzo di frasi, e un CEP nasce quando più dimensioni si incrociano in una scena riconoscibile. «La sera» da solo non serve a nessuno. «La sera, con i colleghi, dopo una giornata storta, senza voglia di decidere dove andare» è una porta d'ingresso su cui un brand può costruire dieci anni di comunicazione.
Chi si intervista, e come si conduce la raccolta?
Si intervistano gli acquirenti della categoria, non solo i tuoi clienti. È l'errore che vediamo più spesso nelle mappe fatte in casa: si chiede ai clienti fedeli, che sono i più disponibili a rispondere e i meno rappresentativi della categoria, e la mappa che ne esce descrive i momenti in cui il brand vince già.
La raccolta funziona in due stadi, come li descrive l'Ehrenberg-Bass Institute nel servizio di ricerca sui CEP. Il primo è qualitativo e serve a far emergere le situazioni; il secondo è quantitativo e serve a pesarle.
Nello stadio qualitativo le domande vanno sull'ultimo acquisto davvero avvenuto, non su un acquisto ipotetico. «L'ultima volta che hai comprato [categoria], cosa era successo prima? Dov'eri? Con chi? Che ora era? Come ti sentivi?». Le risposte immaginate producono le risposte che il rispondente pensa siano giuste; le risposte su un episodio reale producono il ricordo, che è l'oggetto della misura.
Le parole si trascrivono come sono state dette. Se il cliente dice «quando il massetto si fessura», quella frase entra nella mappa così, non tradotta in «esigenze di ripristino di sottofondi cementizi». La mappa serve a riconoscere il momento dal punto di vista di chi lo vive, e il gergo tecnico interno lo rende irriconoscibile.
Venti o trenta interviste bastano a saturare le situazioni ricorrenti di una categoria di media complessità. Poi le frasi si raggruppano per situazione, si eliminano i doppioni e si arriva a un elenco di candidati che nel consumer sta di solito fra dieci e venti, e che nel B2B tende ad allungarsi perché i momenti tecnici sono più numerosi.
Come si quantificano i CEP?
Con una seconda rilevazione, chiusa, in cui a un campione rappresentativo di acquirenti della categoria si mostrano i CEP raccolti e si chiede quali brand vengono in mente per ciascuno. Da qui escono le misure che Romaniuk ha codificato in Better Brand Health (Oxford University Press, 2023).
Fonte: Jenni Romaniuk, Better Brand Health: Measures and Metrics for a How Brands Grow World, Oxford University Press, 2023.
Le due misure centrali vanno lette insieme. Un brand con penetrazione mentale alta e rete stretta è conosciuto da molti per una cosa sola, e cresce aggiungendo momenti. Un brand con rete larga e penetrazione bassa copre bene i momenti ma raggiunge poche teste, e cresce comprando copertura. La diagnosi cambia il piano media prima ancora del copy.
Nelle PMI italiane una rilevazione di questo tipo raramente entra nel budget del primo anno, e la mappa resta qualitativa. Va bene lo stesso, a una condizione: che l'ordine dei CEP sia dichiarato come un'ipotesi da verificare e non come un dato. Il passaggio successivo è portare le stesse domande dentro il brand tracking, dove costano poco perché il campione lo stai già pagando.
Quali CEP presidiare per primi?
I CEP diffusi dove il brand è ancora debole, perché lì sta lo spazio di crescita. Presidiare un momento che già domini aggiunge poco, presidiarne uno che vivono in pochi raggiunge pochi. L'incrocio fra diffusione e forza dell'associazione produce quattro quadranti, e solo uno merita il budget dei prossimi dodici mesi.
Il numero di CEP da presidiare attivamente resta piccolo. Romaniuk e Sharp (Building Distinctive Brand Assets, 2018) indicano una mappa da cinque a dieci situazioni con la creatività concentrata sulle prime tre nei dodici mesi; nel B2B l'elenco sale a otto o dodici perché i momenti tecnici sono più frammentati (Dawes per il LinkedIn B2B Institute, 2023). Quando abbiamo mappato i CEP per un cliente nel food, il brand era fortissimo su un solo momento di consumo e assente da tutti gli altri, e quegli altri sommati valevano la maggior parte della categoria.

Esempi di CEP in dodici categorie
Gli esempi servono più di una definizione, perché il salto difficile sta nel passare dal concetto alla frase. Sei categorie consumer e sei B2B, con quattro CEP ciascuna, scritti come li direbbe un cliente.
L'ultima riga è la nostra mappa, quella su cui costruiamo il piano editoriale di Deep Marketing. La riga sulla chimica edilizia viene da una mappa reale di categoria (John Dawes, Ehrenberg-Bass, 2023).
Nota la forma delle frasi. Nessuna nomina un prodotto, nessuna contiene un aggettivo di qualità, tutte cominciano da un momento. È il segnale che distingue una mappa CEP da un elenco di benefici riscritto in corsivo.
Quali errori rendono inutile una mappa CEP?
Romaniuk e la taskforce Consumer Insights di VIA hanno pubblicato nel 2025 una serie in due parti sugli errori più comuni. Il primo è scambiare gli attributi per CEP. Tutti i CEP sono attributi, ma non tutti gli attributi sono CEP, e la differenza sta nella capacità di innescare da soli il ricordo di una marca.
Il secondo è l'elenco ingestibile. Chi mappa tende a raccogliere ogni sfumatura possibile e finisce con una lista in cui le priorità scompaiono. Non tutti i dettagli di una situazione pesano uguale. Per il consumo di alcolici il luogo (a casa) conta meno dell'evento che lo innesca (il barbecue), e una mappa che li tratta come pari sposta il budget sulle cose sbagliate.
Il terzo è provare a possedere un CEP in esclusiva. I clienti raramente associano un solo brand a una singola situazione, quindi la strategia dell'occupazione totale spreca budget su un obiettivo che la memoria umana non concede. L'obiettivo realistico è entrare nel gruppo dei brand richiamati, e restarci.
Il quarto lo aggiungiamo noi, ed è quello che vediamo più spesso nei progetti che ereditiamo, cioè confondere il CEP con una parola chiave. Il title e l'H1 di una pagina restano sull'intento commerciale che il mercato cerca davvero su Google; il CEP apre il corpo del testo, con le parole del momento in cui il problema si presenta. Chi mette il CEP nel title perde le ricerche, chi lo tiene fuori dal testo perde il ricordo.
Come si porta la mappa dentro la comunicazione?
Un asset alla volta, un CEP alla volta. La regola operativa è che ogni campagna, ogni pagina di servizio e ogni filone editoriale presidi un CEP diverso, tenendo fermi gli asset distintivi che fanno da gancio fra la situazione e il nome giusto. Il colore, il logo e la firma sonora sono il filo che riporta al brand; il CEP è la porta da cui il filo passa.
Mostrare il brand dentro il momento d'uso costruisce l'associazione meglio di un elenco di caratteristiche. Un produttore di chimica edilizia che pubblica dieci video brevi, ognuno legato a un momento di cantiere preciso, sta costruendo dieci porte; lo stesso produttore che pubblica dieci video sui suoi certificati sta costruendo zero porte e dieci brochure.
Il progresso si misura nel tempo, ripetendo le stesse domande a distanza di mesi e guardando se la rete si allarga. La disponibilità mentale senza la disponibilità fisica resta un esercizio, perché un brand ricordato e non trovabile perde comunque la vendita.
Domande frequenti
Qual è la differenza tra category entry point e bisogno del cliente?
Un CEP è più ampio: comprende il bisogno e anche il contesto che lo attiva, cioè momento, luogo, compagnia, attività in corso e stato d'animo. Descrive la situazione concreta in cui una persona pensa alla categoria, e questa contestualità lo rende utile per costruire ricordo.
Quanti CEP dovrebbe presidiare un brand?
La mappa tipica per una PMI sta fra cinque e dieci situazioni, con la creatività concentrata sulle prime tre nei dodici mesi successivi. Nel B2B l'elenco sale a otto o dodici (Dawes, 2023). La disponibilità mentale cresce con il numero di CEP collegati al brand, ma il budget di attenzione di un'azienda piccola no.
Servono ricerche costose per mappare i CEP?
Per la prima mappa bastano venti o trenta interviste ad acquirenti della categoria e qualche giorno di lavoro. La rilevazione quantitativa serve a ordinare i CEP per diffusione e forza dell'associazione, e conviene agganciarla a un brand tracking già attivo invece di comprarla a sé.
I CEP valgono anche nel B2B?
Sì, e nel B2B pesano di più perché il ciclo d'acquisto è lungo. I CEP sono le situazioni che innescano la ricerca di un fornitore, come un contratto in scadenza, un fermo impianto, una norma che cambia o un capitolato da rispettare. Collegarvi il brand costruisce ricordo verso il 95% di buyer che in questo trimestre non sta comprando (Dawes, 2023).
Un CEP può essere una parola chiave SEO?
Raramente. Le persone cercano su Google con l'intento commerciale («assicurazione auto online»), mentre il CEP è il momento che precede quella ricerca («quando arriva l'avviso di scadenza»). Il CEP guida il corpo del testo e l'angolo del contenuto; la parola chiave guida title e H1.
Fonti e riferimenti
- Ehrenberg-Bass Institute. Identifying and Prioritising Category Entry Points.
- Romaniuk, J. (2023). Better Brand Health: Measures and Metrics for a How Brands Grow World. Oxford University Press. ISBN 9780190340902.
- Ehrenberg-Bass Institute (2025). Category Entry Points Dissected: How They Really Contribute to Growth.
- Ehrenberg-Bass Institute (2025). Category Entry Points: The Last Two Strategic Pitfalls Unraveled.
- Romaniuk, J. (2023). Increasing mental market share by using category entry points. jenniromaniuk.com.
- Dawes, J. (2023). The 95-5 Rule: How B2B Buyers Buy and Why Most Are Out-of-Market. Ehrenberg-Bass Institute per il LinkedIn B2B Institute.
- Romaniuk, J. & Sharp, B. (2018). Building Distinctive Brand Assets. Oxford University Press.
PS: la cover di questo articolo è generata con l'AI.

